Caligola (1979, Tinto Brass) - 1a parte

Se già la genesi e la lavorazione di Caligola, il film che Tinto Brass inizia a girare nel settembre 1976 per i produttori Bob Guccione e Franco Rossellini sulla base di un copione di Gore Vidal, sono proverbiali, le vicissitudini censorie che attenderanno l’opera sono tali e tante da costituire un vero e proprio caso di scuola, una via crucis laica che si protrarrà per anni. Ce ne occuperemo in tre distinte puntate. 

Caligola rappresenta il frutto ultimo di una stagione estrema del nostro cinema: un kolossal griffato «Penthouse» (di cui Guccione è il fondatore e l'editore) e con il marchio di qualità di Gore Vidal, che unisce alto e basso, culi e cultura, una star come Malcolm McDowell e attori scespiriani come Peter O'Toole e John Gielgud accanto a frammenti hard.

Se per Vidal la storia dell’imperatore passato alla storia per la sua follia e crudeltà «dovrebbe essere il primo studio realistico dell’Impero Romano mai girato», La Roma di Tinto Brass – scelto da Bob Guccione dopo il rifiuto di John Huston e preferito a Lina Wertmüller – è astratta, stilizzata, coloratissima anche quando è feroce e atroce, memore della lezione del Fellini-Satyricon ma già più pop, e dunque anacronistica, quasi da musical.

Ma nella sua grandiosa artificiosità, la Roma di Caligola funziona come ennesima (inconsapevole?) allegoria/parodia di una Cinecittà allo sbando: e il film di Brass è un ideale gemello diverso/perverso del Cleopatra di Mankiewicz, come quest’ultimo segno della fine di un’era, e al pari contornato e seguito da un nugolo di piccole produzioni che come parassiti si cibano delle sue scorie e vivono nella sua ombra.

La lavorazione non fila certo liscia. In un’intervista a “Time” Vidal definisce i registi dei parassiti, causando l’ira di Brass che lo caccia dal set. La protagonista Maria Schneider abbandona il film a causa delle numerose scene erotiche ed è sostituita da Teresa Ann Savoy.

Il piano di lavorazione approntato da Guccione e Franco Rossellini si rivela inadeguato, e lo scenografo Danilo Donati deve cambiare in corsa, semplificando gli elaborati bozzetti originali (con risultati di stampo marcatamente teatrale), mentre Brass improvvisa nuove sequenze - come quelle introduttive con McDowell e la Savoy tra i boschi - per non perdere tempo e denaro, e interviene pesantemente sul copione originale. A fine riprese, Vidal prenderà le distanze dal risultato, definendolo «easily one of the worst films ever made» (Will the real Caligula stand up?, «Time Magazine», 3/1/1977), e ribaltando anche il giudizio iniziale sull’opera di Brass: Salon Kitty, di cui aveva inizialmente lodato il montaggio integrale, riceverà dallo scrittore il medesimo marchio d’infamia del Caligola.

Caligola arriva in revisione il 9 luglio 1979 in una copia di 4151 metri suddivisi in 8 rulli, corrispondenti a 2h 31’ 19’’. La presenta Francesco Orefici della Felix Cinematografica s.r.l., una compagnia di produzione/distribuzione amministrata da Davide Costa (amministratore unico) e Franco Romano Rossellini (procuratore generale).

La richiesta del visto rischia tuttavia di rimanere congelata, in quanto al Ministero dello Spettacolo risulta ancora il blocco del film disposto dal pretore di Roma Giovanni Giacobbe. Una nota siglata dal 1° dirigente e inviata il 10 luglio 1979 alla V Divisione Cinematografica avverte:

«Si informa contestualmente codesta divisione che ad oggi risulta allo scrivente ufficio la pendenza di una causa civile relativa al divieto di utilizzazione del materiale girato per il film in oggetto, e l’emanazione di un’ordinanza del Pretore di Roma che inibisce in data 7 luglio 1977 alla Felix la predetta utilizzazione. Lo scrivente non è al corrente di ulteriori possibili provvedimenti del giudice o accordi transativi tra le parti».

Per ricostruire la vicenda citata nei carteggi occorre tornare indietro nel tempo, precisamente al 18 aprile 1977, data in cui a Brass, all’epoca impegnato nel montaggio del film, viene recapitata una lettera di licenziamento firmata da Bob Guccione. Il produttore è insoddisfatto del lavoro svolto fino a quel momento e pretende di esportare il materiale filmato da Roma a Londra, per affidare il montaggio a un tecnico di sua fiducia.


 Il film a Guccione non piace proprio» scrive al tempo Irene Bignardi sulle pagine di “La Repubblica”, «perché, è la spiegazione di Brass, non è stato girato secondo l’estetica di “Penthouse”, e cioè il sesso di “Grand Hotelaggiornato al permissivismo anni ’70 e destinato a un pubblico piccolo borghese e voyeur».

«No, il mio film, che porta alle estreme conseguenze la logica del potere attraverso la storia di un personaggio, Caligola, che poteva smontarne le istituzioni», lamenta dal canto suo Brass, «non è abbastanza in carta patinata, non è abbastanza “osceno”».

Il regista tuttavia non accoglie passivamente il licenziamento e tramite il suo legale, l’avvocato Golino, fa causa alla Penthouse e alla Felix Cinematografica, chiedendo il blocco del film. Nell’agosto 1977 il Tribunale di Roma dà ragione al regista: le società produttrici non possono utilizzare il materiale filmato da Brass e considerano l’autore l’unico idoneo a portare a termine il montaggio. La sentenza tuttavia, come notano alcuni articolisti, è nient’altro che «un compromesso», perché interessa solamente i paesi legati alla Convenzione di Berna sul copyright, ma non ha alcun effetto negli altri territori, dove Guccione può tranquillamente distribuire la sua versione del Caligola.

 A essere danneggiate dalle disposizioni del giudice sono dunque solo le compagnie italiane Felix e Pac, quest’ultima titolare dei diritti di sfruttamento in territorio italiano. La società Felix, dopo che anche il giudice istruttore della seconda sezione del Tribunale Civile di Roma, dott. Ragusa, ha respinto la richiesta dei produttori di revocare o modificare con provvedimento d’urgenza l’ordinanza, corre ai ripari e cerca un accordo col regista. E lo trova, come scrive lo stesso Franco Rossellini al Ministero dello Spettacolo il 12 luglio 1979, tranquillizzando i funzionari sulla legittimità della richiesta del visto di censura:

«La nostra produzione, in attemperanza dell’ordinanza del giudice, ordinava ripetutamente al signor Brass di completare l’opera e in mancanza di collaborazione lo citava in Tribunale, affinché lo stesso adempisse al suo impegno. Successivamente nel mese di maggio u.s. si raggiungeva una comparizione bonaria della vertenza con reciproci obblighi dell’abbandono dei giudizi in corso. Pertanto la situazione tra noi e il regista è completamente sanata con reciproca soddisfazione».

Caligola può quindi essere revisionato e, contrariamente a ogni previsione, la VII Sezione della Commissione di primo grado, visto il film in data 19 luglio, chiede solamente due tagli, riconoscendo il valore artistico dell’opera: «La Commissione dà atto che le scene di sesso ed erotiche, pur estremamente crude e violente nella loro espressività, riescono ad essere, al di là di quelle di cui si propongono i tagli, assorbite nella significatività del contesto medesimo».

A cadere sotto le forbici sono, riportiamo testualmente, «i rapporti lesbici delle due donne che guardano dal buco del muro e le scene del “fellatio” [SIC] finali», per un totale di 22 metri di girato (47” circa).

Sembra lo sbocco di una situazione di stallo, e invece è solo l’inizio del calvario.

 

1/continua

 

 

Comments   

 
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